SOSTENERE LE MAMME PER AIUTARE I BAMBINI

 
In questi giorni diverse mamme ucraine con i loro bambini stanno arrivando nel nostro paese per sfuggire alla guerra, quest’articolo è scritto e pensato per loro.

Cosa possiamo fare per aiutarli?

La primissima cosa che possiamo fare è quella di accompagnare e sostenere le mamme, perché proprio aiutando loro i bambini potranno sentirsi nuovamente al sicuro e protetti.
Sappiamo inoltre che i bambini, nei momenti di incertezza, osservano i comportamenti degli adulti, cercando così di intuire come funziona il mondo e che cosa sta accadendo.
A volte non fanno domande, soprattutto quando hanno la sensazione di mettere in imbarazzo o di preoccupare ulteriormente le figure adulte che hanno intorno. E’ quindi importante, affinché i bambini si sentano al sicuro, osservarli e cercare di creare degli spazi in cui possano permettersi di esprimere le loro emozioni, sapendo che vicino c’è un adulto di riferimento che potrà accoglierle dandogli un significato.

Come reagiscono i bambini in queste situazioni e quali sono i comportamenti da osservare?

I bambini mostrano la sofferenza in maniera differente rispetto a quello che farebbe un adulto, inoltre il loro disagio può essere comunicato in vari modi e cambia in base all’età del bambino.
Un primo indicatore di sofferenza è un inusuale cambiamento nel comportamento.
Alcune reazioni possibili sono:
- comportamenti regressivi (si comporta da bambino più piccolo): succhiare il pollice, perdita delle capacità di tenersi pulito; difficoltà di separazione (piangere, agitarsi o aggrapparsi quando i genitori si allontanano); difficoltà nel fare spostamenti; pianti, “capricci”, dipendenza;
- paure angosce evocate da stimoli che evocano la guerra (rumori forti, immagini, ...);
- difficoltà a dormire, incubi;
- mancanza di espressione emotiva;
- sguardo triste o depresso, pianto;
- essere insolitamente tranquilli o chiusi;
- apatia, non essere interessati alle cose che abitualmente lo divertivano;
- sintomi somatici: lamentele di mal di testa, mal di pancia, mal di stomaco o altri sintomi di malattia;
- aggressioni, disobbedienze, distruttività;
- scoppi di rabbia, irritabilità, improvvisi cambiamenti nell’umore;
- pianti per motivi banali;
- distraibilità, scarsa concentrazione, problemi di attenzione;
- affaticamento;
- riduzioni delle prestazioni scolastiche;
- cambiamenti nelle relazioni tra pari (passare improvvisamente molto più tempo o molto meno tempo con gli amici);
- giochi ripetitivi con contenuti legati alla guerra;
- perdita di speranza per il futuro;
- difficoltà di parlare dell’evento;
- ansia da separazione;
- pensieri immagini intrusive legate all’evento

Tutti questi sintomi sono da considerarsi come delle REAZIONI NORMALI del nostro organismo in risposta ad un evento ANORMALE come la guerra.

Cosa posso fare per capire come stanno i bambini? Come posso rassicurarli?

- Come prima cosa è molto importante spiegare ai bambini cosa sta accadendo. A volte si pensa di proteggerli nascondendo loro la verità, al contrario di fronte ai cambiamenti spaventa molto più quello che non conoscono o non capiscono. L’adulto deve cercare di parlare con voce calma, in modo semplice e chiaro, adattando il contenuto all’età del bambino.
- Osservare i loro comportamenti: tutto ciò che i bambini non dicono a parole lo esprimono con i loro comportamenti. Ad esempio, attraverso il gioco o il disegno possono mettere in scena quello che stanno provando o ciò che hanno visto.
- Rassicurare ai bambini ora si trovano in un luogo sicuro, questo aiuterà ad abbassare i livelli di attivazione
- Conoscere le risorse del territorio, quali aiuti sono presenti, a chi possiamo rivolgerci, quali servizi sono stati attivati;
- Occorre prestare attenzione a non alimentare gli stereotipi su popoli e Paesi: I bambini possono generalizzare facilmente le affermazioni negative e sviluppare pregiudizi
- Parlare di tolleranza, giustizia, pace in contrapposizione alla vendetta;
- Evitare separazioni non necessarie;
- Controllare e limitare la visione di scene drammatiche in televisione o dai social;
- Fornire ai bambini un modo per concretizzare il loro desiderio di rendersi utili ad esempio inviando dei messaggi di ringraziamento ai soccorritori, alle famiglie che li ospitano o alle persone per loro significative. Coinvolgerli concretamente nella preparazione di aiuti da inviare al loro paese oppure nelle attività giornaliere che riguardano la vita comunitaria.

Dare loro l'opportunità di poter contribuire attivamente al benessere della loro famiglia e comunità.

- Dire loro che “Gli Adulti stanno facendo il possibile per far finire la guerra, tante persone sono vicine, li sostengono e vogliono la pace”.

E’ importante che ci sia un posto dove sanno che possono fare le loro domande, dove possono contare sulle persone e su cose positive.

Le mamme possono fornire quest’atmosfera, vediamo in che modo:

- essendo disponibili ad ascoltare e a rispondere agli stimoli verbali e non verbali (non sempre i bambini portano richieste di aiuto esplicite);
- notando e riconoscendo le esigenze dei bambini, tenendo nota e commentando le conseguenze riportate nella loro vita; offrendo ai bambini un’ulteriore rassicurazione, sostegno e incoraggiamento; fornendo il più possibile stabilità e prevedibilità nelle routines giornaliere (momento pasti, spazio per il gioco, ritmo sonno-veglia).

Nella fase dello sviluppo è importante che il genitore fornisca delle abitudini prevedibili, chiare aspettative, ruoli coerenti, feedback immediati, questo può favorire un graduale ritorno a una stabilizzazione emotiva.

I bambini potrebbero aver bisogno di maggiore comprensione e pazienza.
E’ fondamentale dare spazio e tempo ai bambini, mantenere un ambiente tranquillo, lasciare che parlino delle loro esperienze e favorire l’espressione di paure e preoccupazioni.
Bisogna inoltre ricordare che la vicinanza fisica, un abbraccio, una carezza della mamma sono una grande fonte di rassicurazione. 
Dire loro “Capisco che sei preoccupato\spaventato\triste, è normale anch’io loro sono. Ora sei al sicuro e sono qui con te. Chiedimi quello che vuoi”.

Cosa fare in caso di lutto?

Quando un bambino perde una persona cara è importante garantire un costante percorso di accompagnamento e contenimento emotivo.
Occorre comunicare al bambino cosa è accaduto, sulla base della sua età e capacità.
Senza elementi per dar senso al lutto i bambini restano con il loro dolore e la loro inquietudine.
Dire al bambino “Stò per dirti una cosa brutta, che ti farà stare male, anch’io sono molto triste”. Spiegare che la morte è una separazione definitiva, che lui non è responsabile, che lui non è in pericolo di morte, che i suoi familiari o altri si prenderanno cura di lui, che gli altri familiari continueranno ad amare e a non dimenticare la persona scomparsa. Non usare parole vaghe come “se ne è andato” o “non c’è più”.
E’ importante rispondere alle domande che il bambino che può fare. Ad esempio, un bambino che ha perso il papà durante la guerra potrà fare domande tipo: “Perché la mamma è triste? Dov’è il papà? Perché non si muove più? Quand’è che lo rivedrò?”. Sono domande strazianti che tuttavia necessitano di una risposta adeguata alla situazione e al bambino. Il bambino deve essere aiutato ad esprimere le proprie emozioni come rabbia, paura e tristezza e non deve nascondersi per potere piangere. Le frasi come “non piangere”, “non essere triste”, “devi essere forte” possono limitare la libera espressione.
I bambini hanno bisogno di sincerità e di chiarezza da parte degli adulti di cui si fidano.

Come possiamo mantenerci informati e senza procurarci stress?

In una situazione come questa è comprensibile cercare di mantenersi aggiornati. Allo stesso tempo, sebbene sia fondamentale disporre di informazioni accurate può esserci un effetto collaterale: il disagio psicologico derivante dalla ripetuta esposizione all’emergenza tramite i media.
L'ansia aumenta di fronte a una minaccia incerta o incontrollabile e durante i periodi di incertezza e crisi. La percezione del rischio e l’ansia aumentano però ulteriormente quando le informazioni sono incerte e in rapido aggiornamento, e questo amplifica il distress individuale. In particolare, l’esposizione al ciclo continuo di dirette 24/7 può aumentare la percezione di minaccia e attivare nell’organismo ripetute risposte “attacco/fuga”, con possibili conseguenze fisiche e psicologiche anche a medio-lungo termine. Inoltre, il tipo di immagini a cui ci esponiamo è importante.
La ripetuta e non filtrata esposizione a immagini cruente, che mostrano bambini, persone ferite o morte, aumenta il rischio di sviluppare risposte ansiose, anche a distanza di tempo dai fatti.
Ecco di seguito alcuni suggerimenti:
- limitiamo l’esposizione ai media. Questo è particolarmente importante per i bambini e i giovani adulti che possono essere confusi o passare il tempo a preoccuparsi delle immagini che hanno visto.
- Evitiamo di prendere il telefono/tablet come prima cosa al mattino e prima di andare a letto, perché questi sono i momenti in cui ci sentiamo spesso più vulnerabili
- Ricordiamoci che i bambini imparano come comportarsi dagli adulti. Quindi regoliamo di conseguenza il nostro comportamento su come utilizzare in modo sicuro i social media e navigare tra gli aggiornamenti delle news. Una strategia può essere quella di disattivare le notifiche per le app di notizie e social media sul cellulare/tablet: riceveremo comunque le informazioni, ma dovremo entrare volontariamente nell'app per aprirla leggere i post e questo potremo farlo nel tempo più opportuno.
-Proviamo ad usare per qualche ora lo smartphone come un telefono fisso .
Questo significa mettere il telefono in un'altra stanza, o comunque lontano. Potremo comunque sentire il telefono se suona o se riceviamo un messaggio, ma dovremo fisicamente alzarci e camminare per prenderlo. Questa strategia può aiutare a non controllare compulsivamente il telefono per aggiornamenti mentre si lavora su altri compiti o si è impegnati in un'altra attività.
- Prendiamoci il tempo per discuterne. Tutti possiamo essere influenzati dalle notizie che leggiamo, per questo è importante prendersi del tempo per parlare, con un membro della famiglia o un amico di ciò che abbiamo letto, di come questo ci fa sentire. Confrontarsi con una persona vicina può aiutare a ridimensionare le preoccupazioni e abbassare l’attivazione ansiosa.
- Potrebbe essere difficile addormentarsi, o può capitare di svegliarsi durante la notte o molto presto al mattino.
Si possono imparare semplici esercizi di rilassamento per sciogliere la tensione accumulata nel corpo. Un semplice esercizio può essere quello di focalizzarsi sulla gratitudine. La gratitudine è un sentimento potente che aiuta a costruire la resilienza, e ha un impatto positivo sulla salute fisica e mentale. È un esercizio semplice, un piccolo promemoria per sorridere per le cose che abbiamo, nonostante le sfide che tutti affrontiamo nella vita. Scegliamo tre episodi, non importa quanto piccoli o grandi, che ci abbiano reso grati nel corso della giornata. Soffermiamoci per qualche minuto su questi bei ricordi notando come ci riempiono di piacevoli sentimenti di gratitudine. Questo esercizio è adatto anche ai bambini.

Dott.sse Daniela Mauri e Silvia Panella

BIBLIOGRAFIA

- Associazione per l’EMDR in Italia, opuscolo “La guerra spiegata ai bambini”
- Croce Rossa Italiana – servizio Psicosociale “Come gestire l’esposizione a notizie giornalistiche e ai social media” tratto da HOW TO MANAGE YOUR EXPOSURE TO NEWS EVENTS AND SOCIAL MEDIA , IFRC PSCentre
- Dazzi A, Pedrelli E., Rinaldi A.M. “Incontro psico-educazionale per la popolazione di Vigarano Mainarda” – materiale di Sipem-ER
Koen Sevenants, PhD., Come aiutare un bambino in caso di bombardamento”
Psicologi per i Popoli “Bambini, stress e disastri naturali: una guida per gli insegnanti” (Traduzione di Barbara la Medica )
- Save the Children, “La pace oltre la guerra – guida per insegnanti”
Studenti dell’insegnamento “Psicologia dell’emergenza” 2008/2009, Facoltà di Psicologia, Università di Bologna, Supervisione: dott. Luca Pietrantoni, dott. Gabriele Prati, opuscolo “Aiutare i bambini dopo un terremoto”
A.R. Verardo e R. Russo “Tu non ci sei più e io mi sento giù” Associazione EMDR Italia, 2006





L'adolescente e la guerra

 

L'adolescenza è uno dei periodi di transizione all'interno di una specifica fase del ciclo di vita. L'adolescente si ritrova a vivere cambiamenti su più livelli, a volte definiti da particolari conflitti psicologici, emotivi, fisici e relazionali più o meno intensi. Il suo compito di sviluppo, in questo caso, consiste nella ricerca di apprendere ed acquisire strumenti, competenze e requisiti necessari a sopravvivere, definirsi come individuo e poter assumere le responsabilità di un adulto.

Chi affianca l'adolescente in questo mutevole percorso alla ricerca di una definizione del sé sono la famiglia, la scuola, il gruppo dei pari, la società e le istituzioni, tutti attori che gli offrono la possibilità di sperimentarsi e di affinare capacità volte all'identificazione e raggiungimento della propria autonomia.

Ciò detto, l'adolescente ha bisogno di punti stabili di riferimento che permettano l'espressione, la condivisione e la riflessione emotiva relativamente ai vissuti che si susseguono. Famiglia, sistema educativo, rete socio-culturale diventano cornice di questo luogo sicuro.

Quando un adolescente si trova direttamente coinvolto in una guerra, in Ucraina (oggi), teme per la propria vita e per quella dei propri cari, oltre a subire, implicitamente o meno, le conseguenze di ciò sul piano fisico e sulla salute mentale, destabilizzandosi.

I giovani profughi che scappano dai luoghi di guerra, provenienti dai territori dell'Ucraina, arrivano in altri paesi, come l’Italia, con le proprie famiglie, con uno dei due genitori o addirittura soli. Essi si trovano a doversi ambientare in un nuovo paese, con una nuova lingua, nuove abitudini socio culturali e in situazioni di forte disagio psicologico, fisico, emotivo e relazionale, tanto da sentirsi sempre più disorientati, impotenti, vulnerabili e soli. 

Pertanto, un aiuto verso la transizione all’età adulta ed all’autonomia di questi giovani costituisce uno dei fattori-chiave che necessita di strategie mirate alla loro tutela ed inclusione sociale, attivate da parte dei servizi territoriali ospitanti e dalle associazioni di volontariato, a supporto, presenti.

Con questo obiettivo, il coinvolgimento delle famiglie è il nostro primo passo. La famiglia è un organismo vivente che si modifica in maniera flessibile adattandosi all'ambiente che cambia intorno ad essa: ha come compito quello di nutrire, proteggere e gestire le differenze che definiscono la prole. La famiglia è tenuta insieme dai legami interdipendenti fra i suoi membri dove la loro qualità affettiva defisce la protezione psicosociale e l'identità dei singoli.

Come in una rete di punti interconnessi tra loro, una società che promuove servizi di supporto alle famiglie è una società che tiene in mente l'adolescente come protagonista attivo e in prima linea per la costruzione di un nuovo futuro per il paese, indipendentemente dal paese di provenienza.

Quindi, se riconosciute e supportate nelle loro risorse e necessità, le famiglie d'origine, come quelle di accoglienza, diventano il live motive più importante per i giovani adolescenti: essi hanno così la possibilità di essere riconosciuti a loro volta come appartenenti ad un sistema più grande che li connette, li vede, li comprende e gli offre l'opportunità di rielaborare il loro vissuto traumatico.

In questo senso, di seguito troverete alcune strategie utili per aiutare i giovani adolescenti.

Osservare i comportamenti - notare stati di tensione, disagio o malessere, ovvero comportamenti e atteggiamenti diversi da quelli che solitamente agiscono.

Accogliere l’espressività emotiva – comprendere, anche attraverso l'uso di semplici domande le loro sensazioni ed emozioni che vivono, per aiutarli ad esprimersi libermente senza temere giudizi.

Ascoltare attivamente – dedicare tempo all'ascolto dei loro racconti e dei loro vissuti, anche quando riguardano la guerra e la perdita di persone care, rimaste al loro paese ed alla vita conosciuta.

Confortare - stare loro vicino permettendogli di attivare un adattamento positivo al nuovo ambiente, come figli e come persone.

Coinvolgere – motivarli a compiere attività semplici e quotidiane, che possano permettergli di sentirsi vivi, utili, parte di un sistema che cerca di raccogliere le poche certezze rimaste per riuscire a vedere un futuro, dove in questo momento per loro può essere difficile immaginarlo.

Comunicare - favorire l'allenamento di un dialogo empatico ed assertivo, dove si riconoscono i bisogni e le motivazioni da cui nascono specifiche espressioni e modalità verbali.

Socializzare - conoscere e comprendere quali servizi territoriali sono utili per la salute, la collettività, l'educazione, l'integrazione ed aggregazione culturale e sociale. Permettere ai ragazzi di aderire ad attività sportivo-ricreative, capaci di generare inclusione, relazioni tra pari e modelli positivi; superare la barriera linguistica, assimilare abitudini salutari, sviluppare un senso di comunità.

Lasciare spazi e tempi individuali – individuare luoghi dove i giovani possano stare con loro stessi e dedicarsi ad attività personali (lettura, musica, disegno, scrittura, ecc…)

Respirare - favorire la costruzione di una buona prassi per la salute psico-fisica che consiste in uno spazio dove poter riprendere contatto col proprio corpo attraverso esercizi di respirazione e rilassamento fisico.

                                                                   A cura di Elisabetta Vaccari e Francesca Brazzi, Socie SIPEM SoS ER






BIBLIOGRAFIA:

"Guerre di oggi. Gli adolescenti raccontano la guerra", a cura di C. Bernetti e G. Dibitonto, Ed. Dialoghi, 2021;

"Il corpo accusa il colpo. Mente, corpo e cervello nell'elaborazione delle memorie traumatiche" di Bessel Van der Kolk, Ed. Raffaello Cortina, 2015;

"Il famigliare. Legami, simboli e transizioni, di E. Scabini e V. Cigoli, Ed. Raffaello Cortina Editore, 2000;

"Manuale dell'adolescenza" a cura di A. Maggiolini e G. Pietropolli Charmet , Ed. Franco Angeli, 2004;

"Nuovo dizionario di psicologia" U. Galimberti, Ed. Feltrinelli, 2021.







La guerra: catastrofe globale che sconvolge tutti e tutto



Sono ormai milioni le persone in fuga dalla guerra in Ucraina e fra queste moltissimi minori, bambini e adolescenti, tutte persone che sono dovute scappare dal loro paese per cercare rifugio in pesi amici che possano accoglierli, spesso dovendo vivere giorni e giorni di disagio estremo, di paura e angoscia, prima di potersi sentire un po' al sicuro. Viaggi verso la salvezza, vissuti da fuggitivi, a volte esposti anche a freddo, fame e violenze di vario genere.

I profughi che fuggono dalla loro terra lasciano tutto, ogni legame viene reciso: la sicurezza della loro casa, delle loro relazioni affettive, del loro ambiente sociale, la rassicurante e serena quotidianità. E’ un’esperienza di terrore, di mancanza di senso, di lutto profondo e totale. Spesso si manifesta da subito una perdita di fiducia, fiducia negli altri esseri umani, fiducia nella vita e nel futuro.

Ormai non c’è più bisogno di ricordare che la guerra è un’esperienza traumaticamente devastante per questi profughi e per chi la subisce in prima persona. Lascia tracce spesso indelebili e inguaribili, soprattutto se non si trova poi un’ambiente sociale e umano capace di accogliere e lenire, almeno un po', queste ferite. Ferite che rischiano di avere in futuro potenti effetti sulla salute mentale: un senso di profonda insicurezza, di disistima di sè, di ansia, grossi problemi emotivi e di socializzazione, comportamenti violenti, abuso di sostanze, depressione e altro ancora. Tutte condizioni che col tempo possono avere importanti esiti psicopatologici: disturbo da stress post-traumatico (PTSD), disturbi dissociativi e altri disturbi psichiatrici, fino al punto da sviluppare anche malattie somatiche che possono facilmente cronicizzare.

Dagli studi e ricerche di questi ultimi decenni sappiamo che la grande parte dei sopravvissuti alla guerra spesso soffre di problemi che si esprimono e si sviluppano in tempi medio-lunghi. I bambini e gli adolescenti poi soffrono moltissimo, sono le vittime più vulnerabili e fragili. Spesso non esprimono verbalmente le emozioni più forti, ma sono terrorizzati e totalmente disorientati davanti a quello che sta accadendo a loro e ai loro familiari. I sintomi osservati più frequentemente in altre esperienze simili (es. il post conflitto nell’ex Jugoslavia) sono stati: irrequietezza e scoppi di rabbia, problemi di apprendimento, ansia da separazione, disturbi del sonno, comportamenti pericolosi, problemi alimentari (a volte anche il rifiuto di mangiare e bere), mal di testa e/o di stomaco. Con la possibilità di arrivare, anche per loro, a soffrire di PTSD e a importanti sintomi depressivi (a volte con pensieri suicidi). Solo nella ex Jugoslavia, già nel 2006, si calcolava che circa il 29 % dei rifugiati, il 75% degli sfollati e l’11% dei civili presentassero gravi disturbi psicologici dovuti all'esperienza traumatica della guerra. Sempre in quel periodo, alcune stime parlavano di circa un milione e mezzo di persone che in Bosnia soffrivano di PTSD!

I bambini, si diceva, sono i più esposti a questa terribile esperienza, sperimentano il terrore della morte, esperienza che non conoscono e che non sanno significare ed integrare nella propria mente, e più sono piccoli più profondamente quest’angoscia scuote profondamente il loro equilibrio psicofisico. Occorre quindi aiutarli ad elaborare questa esperienza profondamente traumatica parlando con loro, ascoltandoli nei loro pensieri, nelle loro paure, dare risposta alle loro domande (anche giocando e disegnando con loro), ma proteggendoli anche dall’esposizione a immagini e notizie di guerra che scorrono giornalmente sui nostri schermi.

In questo è importantissimo il ruolo dei genitori. Sono loro, prima di chiunque altro, a poter rassicurare i bambini, e quindi anche loro vanno assolutamente supportati e aiutati a ritrovare un po' di sicurezza e tranquillità. Spesso per loro c’è bisogno di un supporto specialistico, di un supporto fornito da psicologi formati e competenti nell’intervento emergenziale, e questo è proprio il compito degli psicologi dell’emergenza. In questi interventi di solito sono utilizzate tecniche di rielaborazione ed integrazione dell’esperienza traumatica, pratiche di rilassamento e altre modalità ancora. E’ soprattutto utile la possibilità per i profughi di raccontare, di essere ascoltati e compresi empaticamente; la narrazione è fondamentale per poter organizzare nella propria mente l’esperienza vissuta, ma è anche importante che, quando si tocchino eventi e vissuti particolarmente traumatici, ci possa essere proprio la presenza di uno psicologo competente che sappia come sostenere ed intervenire in modo mirato e professionale.

Dobbiamo considerare che la paura e la rabbia che nascono dopo queste esperienze, col tempo possono tramutarsi in odio e risentimento. Possono diventare sentimenti pervasivi, mantenersi a lungo e portare a sviluppare una marcata mancanza di fiducia e di speranza e una mancanza di prospettiva verso il futuro. Per questo motivo il contatto umano è l’esperienza “curativa” indispensabile; quindi, ad essere centrale sarà anche l’atteggiamento di accoglienza a livello micro (la realtà cittadina) e macro sociale (la realtà sociale più allargata). Sarà importante fare sentire accolti e protetti tutte queste persone, adulti e minori, aiutandoli anche a vivere la loro quotidianità in un paese per loro straniero qual è il nostro, senza aggravare la loro condizione e aiutandoli a ridurre un poco la paura ed il senso d’insicurezza.

Sarà, per noi, un grande impegno riuscire ad accogliere nel migliore dei modi tutte le persone che stanno arrivando in Italia (e negli altri paesi europei). E possiamo fare qualcosa adesso, qualcosa che aiuti queste persone a ritrovare un maggior senso di sicurezza, di fiducia nell’essere umano e soprattutto che li aiuti ad interrompere quella catena di odio, risentimento e violenza che genera sempre la guerra. Possiamo supportarle durante i primi mesi, e questo è il compito della psicologia dell’emergenza, e dobbiamo poi continuare a monitorare e seguire il processo di adattamento nel medio e lungo periodo per evitare i problemi di cui sopra e l’insorgenza di stress post-traumatico, e questo sarà soprattutto compito dei nostri servizi pubblici.

Quello che sta succedendo in Ucraina però, l’invasione di quella terra, la guerra e gli orrori che ne derivano, non è confinato solo quel paese e alla sua gente. Tutti noi, qui in Italia, possiamo esserne un pò vittime! In misura assolutamente minore, ma il contatto con questi profughi, le notizie e le immagini che ci arrivano attraverso i mass media e i social media e la preoccupazione e la paura per l’allargamento del conflitto bellico affondano nei nostri cuori e nelle nostre menti lasciando il segno. Anche noi quindi dobbiamo fare attenzione ai segnali di stress emotivo che possono nascere durante questo tempi così incerti. Dopo la pandemia dobbiamo ora occuparci di una nuova minaccia, siamo chiamati ancora una volta a fare grandi sforzi per mantenere un buon equilibrio dentro di noi e nella nostra quotidianità. E anche noi dobbiamo prenderci cura dei nostri bambini e adolescenti per proteggerli e rassicurarli, coltivando assieme a loro la fiducia e la speranza che da tutto questo possa venire qualcosa di buono.

di Alberto Dazzi, Socio SIPEM SoS ER