L’emergenza mediata Debriefing con un gruppo di studenti interpreti e mediatori nell’Hub di Bologna

Introduzione

Come la guerra sia entrata nelle nostre vite di cittadini europei, pur essendo ancora a una distanza tale da consentirci di scegliere se occuparcene o glissare, è una questione per cui spenderemo certamente energie nel prossimo futuro, con equilibri geopolitici che influenzeranno sempre di più il nostro presente.

Chi sceglie di operare negli scenari in cui si sviluppa l’emergenza, prima di tutto deve fare i conti con il tema dell’imprevedibilità degli eventi e di come questi possano velocemente modificarsi, richiedendo capacità di rapida analisi e di ridefinizione delle risposte, affinché queste possano concretizzarsi in tempi coerenti con i bisogni.

Per questa ragione, nella fase di avvio delle prime azioni belliche perpetrate dalla Russia, è stato subito chiaro che come professioniste volontarie della Società Italiana di psicologia dell’Emergenza Social Support dell’Emilia Romagna (Sipem SoS E.R.), fosse necessario aprirsi all’idea di intercettare ogni spunto utile a intraprendere azioni di supporto, consapevoli che la complessità del momento avrebbe richiesto grande cautela.


Come nasce il progetto: la richiesta di aiuto 

L’Università di Bologna ha pensato di raccogliere e mettere a disposizione dell’Hub di Bologna, deputato alla prima accoglienza di profughi ucraini, le disponibilità di studenti che parlassero bene ucraino o russo a fare da mediatori/facilitatori linguistici volontari durante l’iter di identificazione degli accolti presso l’Hub.

La coordinatrice del corso di laurea magistrale in interpretazione del campus di Forlì, vista la disponibilità offerta in blocco da tutti gli studenti russisti del suo corso e consapevole dell’impatto emotivo che l’esperienza avrebbe potuto avere per loro, ha deciso di mettersi in contatto con Sipem SoS E.R. con la richiesta di supportare gli studenti durante le attività di interpretariato messe in campo in quella fase.


Nell’incontro preliminare tenutosi tra la coordinatrice del Corso di Studi e delle psicologhe di Sipem SoS E.R., si è immaginato che l’impatto emotivo dell’esperienza, seppur desiderata e potenzialmente coerente con le mansioni lavorative future degli studenti coinvolti, avrebbe potuto far emergere un rischio concreto di disaffezione al profilo professionale scelto nel percorso di studi ancora in corso, a causa del carattere di straordinarietà dell’intervento che veniva avanti, estremamente inusuale tra le esperienze solitamente proposte dall’Università.


Il progetto, unico nel suo genere, affianca due mondi, quello dell’emergenza e dell’università, molto distanti per natura, ma che grazie a un pensiero protettivo hanno potuto incontrarsi con uno scopo di accoglienza emotiva e di prevenzione della traumatizzazione vicaria, che spesso coinvolge il mondo dei soccorritori.

In questo scenario, gli studenti coinvolti sono stati considerati allo stesso modo di chi opera in ruoli di soccorso sul campo e l’intervento di supporto proposto dalle psicologhe di Sipem SoS E.R. ha avuto come focus l’attenzione alla salute psicologica dei soccorritori, favorendo lo sviluppo di strumenti di coping che potessero prevenire e contenere eventuali rischi di inficiare i percorsi di studio in cui i volontari erano coinvolti al momento della realizzazione degli interventi realizzati all’Hub.


Le psicologhe di Sipem SoS E.R., di cui una esperta in contesti di gruppo e l’altra in mediazione culturale in ambito clinico, hanno valutato di poter rispondere alle sollecitazioni attraverso la creazione di uno spazio che potesse rappresentare un’azione di vicinanza concreta e allo stesso tempo di contenimento dei rischi connessi all’esperienza, attraverso l’utilizzo dello strumento del debriefing psicologico.

Gli incontri sono stati realizzati a cadenza quindicinale tra marzo e maggio 2022.


La scelta dell'uso del debriefing psicologico

Il debriefing è una metodica introdotta per la prima volta durante la seconda guerra mondiale dal comandante delle forze armate U.S, S.L.A Marshall.

Il suo primo utilizzo fu per mettere in luce gli eventi successi in combattimento. La sessione d'incontro avveniva con un gruppo ristretto di soldati superstiti guidata da un ufficiale di grado superiore immediatamente dopo il combattimento. Grazie a questi incontri si riusciva a creare una comunicazione tra i soldati e a ricreare il gruppo che si allontanava durante la battaglia. Con questi interrogatori si riuscì a verificare come gli stessi eventi vissuti dai soldati venivano interpretati in maniera completamente diversa dando connotazioni disomogenee. Fu a partire da questa osservazione che si focalizzò l'attenzione di psicologi e psichiatri sul debriefing. Con la guerra in Corea e in Vietnam psicologici e psichiatri misero a punto la tecnica di debriefing come supporto ai soldati; il tutto era sostenuto dall'idea che parlare dell'esperienza aiutasse il recupero psicologico.

Negli anni successivi, la metodica fu messa a punto anche in altri contesti in cui fosse necessario alleviare i sintomi dello stress. Con il passare del tempo le procedure di Debriefing furono allargate e, con successo, portate anche nelle scuole, nelle banche, negli ospedali e in altri ambienti comunitari.

Il debriefing psicologico è, quindi, un procedimento strutturato che serve ad aiutare i superstiti e i soccorritori a comprendere ciò che è accaduto per poter gestire al meglio gli eventi futuri. Il compito di mitigare lo stress di questi operatori è una componente vitale dell’aiuto psicologico nelle emergenze e può essere organizzato non solo come intervento precoce sul luogo e verifica dell’aiuto successivo, ma soprattutto come processo continuo di prevenzione per dare ai soccorritori elementi per agire e non subire gli effetti di questo stress.

È una tecnica di pronto soccorso emotivo, organizzato dopo 24-76 ore dall'esposizione all'evento traumatico. È una procedura di gruppo che coinvolge individui che sono stati esposti allo stesso evento e comprende sia una fase di scambio delle informazioni sui fatti dell'evento, sia la condivisione delle risposte emozionali. Costituisce un'opportunità per imparare dagli altri e per modificare opinioni pre-costituite. La procedura di debriefing maggiormente descritta in letteratura è il Critical Incident Stress Debriefing (CISD).


Nella situazione specifica descritta in questo articolo, il debriefing ha avuto la funzione di tenere monitorate le condizioni degli studenti dando loro la possibilità di confrontarsi con i colleghi sui vissuti emersi durante i turni di lavoro, potenzialmente traumatici, allo scopo di eliminare o alleviare le conseguenze emotive spesso generate da questo tipo di esperienze.


Il gruppo è inteso quindi come risorsa. È all’interno del gruppo che si gestiscono le ricadute emotive che l’attività può comportare: l’eccessiva responsabilizzazione di fronte ad un intervento, l’accoglimento della sofferenza altrui e propria, l’accettazione del fatto che esistono problemi cui, non sempre, si riesce a dare immediata soluzione. Il gruppo, in quanto luogo di confronto, pianificazione e riesame degli interventi, consente alle squadre di sviluppare una capacità di valutazione e autovalutazione del lavoro svolto. La valutazione diventa, a sua volta, uno strumento di apprendimento in itinere, che consente di orientare l’azione e attenuare eventuali effetti negativi, oltre a rendere possibile la creazione di condizioni di riproducibilità, la comunicazione dei risultati e l’argomentazione delle loro validità.


Il lavoro di mediazione/interpretariato nell’HUB di Bologna

In molte parti d’Italia, si sono istituiti HUB per la primissima accoglienza dei profughi ucraini in fuga dalla guerra.

L’obiettivo era garantire alle persone che arrivano un unico punto nel quale poter:

  • effettuare un tampone con presa in carico degli eventuali positivi, oltre al test per la tubercolosi (con la collaborazione dell’Ausl);

  • poter certificare la presenza dei profughi sul nostro territorio (grazie al personale della Polizia di Stato);

  • offrire orientamento rispetto ai servizi del territorio (accoglienza abitativa, scuole, salute e altro) grazie allo sportello dei Servizi sociali del Comune.


Questo è il contesto in cui si sono trovati ad operare gli studenti di interpretariato e mediazione. Vi erano anche volontari della Croce Rossa Italiana come supporto all’accoglienza materiale dei profughi.


Gli incontri di debriefing

Sono stati svolti sei incontri della durata di un’ora e mezza circa. La partecipazione, molto alta al primo incontro, ha poi avuto un andamento oscillatorio in base ai turni lavorativi degli studenti.


Nell’analizzare a posteriori questi elementi, appare chiaro quanto gli incontri periodici realizzati con il gruppo di studenti sia mutato di forma e di significato nel corso dell’avanzare degli avvenimenti.

A un iniziale onda emotiva è stata via via sostituita una razionalizzazione dei margini d’intervento possibili in relazione ai contesti e alle situazioni che venivano avanti. Così se nei primi incontri emergeva un forte entusiasmo da parte degli studenti all’idea di essere presto chiamati per essere impegnati nelle attività di traduzione o mediazione linguistica, successivamente emergevano emozioni di varia natura: per alcuni un forte senso di frustrazione per il fatto di non essere più stati ricontattati a seguito di un primo momento valutativo da parte degli organizzatori degli interventi dell’HUB; in altri invece sentimenti di fatica, ansia o smarrimento causati dal fatto di aver preso parte ad incontri di mediazione linguistica con persone provenienti da zone di conflitto, essendosi improvvisamente accorti di non essere stati preparati alla gestione di quella complessità, in termini emotivi oltre che operativi.


Il tema delle competenze richieste a chi si offre volontario per questo tipo di intervento, è stato un elemento emerso fin dal primo incontro di debriefing. Nei contesti emergenziali spesso non si hanno troppe informazioni su “cosa aspettarsi una volta in campo”; occorre quindi tenere alta l’attenzione sul mantenimento di un buon livello di competenza in relazione al proprio ruolo. A questo proposito le psicologhe hanno scelto di proporre una riflessione agli studenti in relazione a quali strumenti questi riconoscessero come propri nello svolgimento della loro mansione. A partire da domande che riguardavano l’organizzazione delle attività, si sono fatte spazio domande relative al bagaglio lessicale da poter utilizzare nel lavoro di mediazione. Alcuni studenti hanno arricchito la riflessione teorica e altri, sono stati tranquillizzati dai colleghi che nei giorni precedenti erano stati inseriti nella turnistica dell’Hub sperimentandosi in un ruolo già attivo. A seguito di questo primo momento di riscaldamento sugli strumenti, ci si è dedicati alle aspettative/paure rispetto la “tenuta psicologica” di fronte a interventi così impattanti. Sono stati introdotti i concetti di stress dei soccorritori, di traumatizzazione vicaria e dell’importanza della squadra.


L’aspetto dell’identificazione ha permesso di lavorare sull’impatto emotivo personale di fronte alla sofferenza permettendo alle psicologhe di introdurre il tema delle emozioni dei soccorritori in generale e delle emozioni quando nel soccorritore scatta l’identificazione con la vittima.


Si sono offerti momenti di riflessione su quanto il gruppo possa essere d’aiuto per rimanere ancorati al proprio compito e di quanto sia anche necessario riconoscere i propri limiti per poter decidere di “lasciare il campo”. Agire sugli eventi a caldo, utilizzando il gruppo, facilita la possibilità che un soggetto possa meglio identificare i propri sentimenti, le paure condivise, i limiti personali avvertiti oltre le aspettative, le idee irrazionali e ciò che attiene al sistema di riferimento individuale.

Procedere in modo strutturato alla verifica dei sistemi di riferimento individuali con reazioni emotive tipo ansia, depressione, rabbia, autocommiserazione, procrastinazione può favorire l'opportunità di riprocessare più adeguatamente gli eventi soggettivamente più critici e pervenire, attraverso la mediazione del gruppo, a un più funzionale assetto psicologico.


L’idea di poter interrompere il proprio turno di lavoro è stato un tema approfondito perché il vissuto di alcuni studenti era la paura di dare un messaggio di sconfitta, di rinuncia o peggio abbandono di chi ha bisogno. Ci si è interrogati su quanto fosse opportuna la condivisione con i beneficiari dell’intervento dei propri stati d’animo e di difficoltà. Una studentessa ha dichiarato di essersi commossa in presenza di una donna per la quale stava svolgendo attività di mediazione linguistica e di come questa condivisione emotiva abbia poi permesso una maggiore fluidità nell’intervento. Un'altra, invece, ha dichiarato di essersi fatta sostituire durante il percorso di mediazione perché l’identificazione della beneficiaria dell’intervento con una sua parente, non le permetteva di rimanere concentrata. Queste due esperienze hanno aiutato gli studenti a comprendere come sia necessario il contatto con le proprie emozioni, di come non ci sia una modalità corretta in senso universale, ma di come ciascuno in base alla propria storia, al proprio vissuto, al ruolo che esercita, possa scegliere la strada più opportuna per svolgere il proprio lavoro.


Nel corso degli incontri successivi, ha iniziato a circolare una certa demotivazione perché molti studenti non erano stati convocati dall’Hub. A più di metà percorso la frustrazione degli studenti non convocati è diventata intensa stimolando quasi vissuti di esclusione in chiave paranoica. Il lavoro di gruppo è andato nella direzione di promuovere l’attivazione degli studenti per capire come fossero organizzati i turni dell’Hub, nel tentativo di dare spazio a emozioni negative che circolavano veloci tra gli studenti, alimentando la sensazione di impotenza ma senza produrre ipotesi di soluzione.

In questa fase è stato possibile per le psicologhe introdurre il tema dell’operare in contesti emergenziali che non solo cambiano in base alle fasi dell’emergenza ma soprattutto che necessitano del tempo necessario a potersi strutturare.


All’attivazione del progetto di debriefing, l’HUB era ai primi giorni di gestione dell’intervento, nella fase di distribuzione di compiti e responsabilità tra i vari enti coinvolti (ASL, Prefettura, Comune e Associazioni di volontariato).

La spiegazione offerta agli studenti di come i contesti si organizzano e riorganizzano in fase di emergenza, ha permesso lo sviluppo di una parte proattiva da parte degli studenti che hanno così potuto iniziare a pensare a quale ruolo potessero avere essi stessi sull’organizzazione. È stato un incontro molto intenso in cui si sono raccolte ed esplicitate le paure e l’ambivalenza del voler prendere parte all’esperienza da una parte e la paura di esserne segnati dall’altra.


Un altro aspetto centrale emerso quasi subito è stata la necessità di valutare quale lingua sarebbe stato più adeguato utilizzare per l’attività di mediazione. Anche tra gli studenti aveva iniziato a circolare una sensazione di disagio rispetto all’utilizzo della lingua russa e delle origini di alcuni dei mediatori. Rispetto a questo tema è stato fondamentale l’intervento di uno studente bielorusso che ha portato il suo vissuto personale sulle persecuzioni subite in patria, veicolando un’idea di stigma su ciò che viene considerato nemico. Questo ha permesso di rendere complessa e maggiormente sfumata la linea di demarcazione che indicasse una netta posizione da tenere e quali atteggiamenti di giudizio personale palesare per evitare che fossero agiti durante i turni di lavoro.


Con il passare del tempo gli studenti riportavano sentimenti meno angosciosi, in quanto l’organizzazione dei Servizi era nettamente migliorata e in una fase di emergenza secondaria, risultando quindi più sostenibile per la gestione delle attività.

L’aver costruito un buon clima di gruppo ha permesso agli studenti di supportarsi a vicenda per avere la certezza del turno coperto e potersi riprendere il proprio spazio personale come esperienza di sano confine.


Ulteriore elemento significativo è riconducibile all’estrema variabilità delle presenze durante gli incontri di debriefing. Cioè quanti studenti abbiano scelto di partecipare ad alcuni incontri e non ad altri, quasi a voler dire che il non sentire gli incontri come “obbligatori” ha concesso loro di valutare la mancata partecipazione come una opportunità di scelta della misura, in relazione al personale bisogno di supporto, quindi di un supporto che è stato vissuto come fortemente personalizzato.


La co-conduzione

La co-conduzione è di fondamentale importanza in contesti emergenziali, in cui la squadra, il collega, l’altro rappresentano un sostegno e un punto di riferimento.

Nei contesti di emergenza accade frequentemente di non conoscere i colleghi della squadra di intervento, quindi occorre cercare momenti di confronto stabilire una connessione significativa. Per fare questo, le due psicologhe, alla fine di ogni incontro si sono fermate per un confronto a due che ha permesso loro di riflettere sia sul gruppo sia sulle caratteristiche della co-conduzione.

La diversità di competenze, ma soprattutto la capacità di affidarsi l’una all’altra hanno permesso la creazione di una sintonia quasi immediata che si è tradotta in una conduzione molto fluida, capace di produrre un intervento efficace, integrato, equilibrato nella conduzione, che tenesse conto degli aspetti clinici necessari e dei vissuti emotivi a cui è stato garantito uno spazio di emersione.


Tale aspetto di cooperazione si è verificato anche tra gli studenti. Inizialmente la voglia di vivere l’esperienza negli studenti pareva esprimersi anche in un aspetto totalmente personale e di investimento professionale. Man mano che si è potuto approfondire il lavoro, come sopra descritto, si è sviluppato nel gruppo degli studenti un clima di cooperazione con aspetti di attenzione agli altri e di sollievo nel sentirsi anche sostituiti dagli altri nel loro lavoro; tali aspetti hanno generato un maggiore sollievo personale e di rafforzamento del senso di gruppo, di grande aiuto di fronte al compito degli hub e in particolare sui sentimenti generati a contatto con l’esperienza emergenziale.

                                                             

                                                                        A cura delle Dott.sse Debora Battani e Valentina Bellotti


Cinzia Garilli, volontaria SIPEM SoS ER e Cavaliere al Merito della Repubblica Italiana





 

Ha avuto luogo giovedi 2 giugno 2022, in occasione della 76^ Festa della Repubblica, la cerimonia che ha visto consegnare l'onorificenza di Cavaliere "Al Merito della Repubblica Italiana" alla Dott.ssa Cinzia Garilli, psicologa volontaria di SIPEM SoS Emilia Romagna.


 


La cerimonia si è svolta presso il Palazzo di Governo di Piacenza, dove il prefetto Daniela Lupo ha consegnato l'onorificenza alla nostra socia per le attività di Protezione Civile da lei svolte durante l'Emergenza COVID. Si tratta di un riconoscimento voluto dal Dipartimento di Protezione Civile, che ha riguardato numerose associazioni nazionali che in varie forme e modalità si sono prodigate per la popolazione italiana durante la prima fase dell'emergenza COVID nella primavera del 2020.

Cinzia, 37enne originaria di Codogno ma da sempre residente a Piacenza. Psicologa e psicoterapeuta ad orientamento cognitivo-comportamentale, iscritta all'Ordine degli Psicologi dell'Emilia Romagna dal 2010. Nel 2019 diventa socia volontaria e membro del Consiglio Direttivo di SIPEM SoS Emilia Romagna.
Nella prima fase dell'emergenza ha prestato servizio con la nostra associazione partecipando al servizio "Pronto Psy", che permetteva di raggiungere telefonicamente, nonostante le restrizioni imposte dal lockdown, quanti mostravano disagio psicosociale dovuto alla reclusione e alla paura generata dalla pandemia.                     
Successivamente ha preso parte al Numero Verde Nazionale per il COVID del Ministero della Salute e Dipartimento di Protezione Civile che permetteva a tutti i cittadini di accedere a un primo contatto di supporto psicologico a distanza.   
La sua opera di volontariato non si è fermata neanche quando lei stessa è risultata positiva al virus. 
"La dott.ssa Garilli rappresenta il meglio di una generazione di giovani professioniste che riescono a conciliare con successo impegni professionali e familiari con l’impegno civile" - ha commentato la dott.ssa Anna Sozzi, presidente della nostra associazione - "Siamo molto orgogliosi di questo riconoscimento, che viene dalla più alta carica dello Stato, ottenuto in un ambito quale quello del volontariato di protezione civile a netta prevalenza maschile." 
L'onorificenza conferita alla dott.ssa Garilli è motivo di orgoglio per l'intero ordine professionale oltre che per la grande famiglia SIPEM, che ha accolto la notizia con grande gioia, come testimoniano le parole del presidente nazionale SIPEM SoS Federazione, dott. Roberto Ferri: "Siamo orgogliosi del riconoscimento dato dalle istituzioni al volontariato di Protezione Civile, e alla nostra professione. Anche il Consiglio Nazionale dell'Ordine degli Psicologi ha voluto fare le congratulazioni alla dott.ssa Garilli. La sua storia è un esempio valido di cittadinanza attiva e testimonia il coinvolgimento sempre più grande di donne e di professionisti nella difesa civile del nostro paese. Ci auguriamo che sempre più psicologi si ispirino a storie come la sua".

Il momento della consegna dell'onorificenza al Palazzo di Governo di Piacenza di fronte alle autorità e al pubblico presente.



La nomina della Dott.ssa Garilli ha voluto rappresentare il riconoscimento alla semplicità e all'impegno, sincero e senza sosta, dei volontari della nostra associazione e di Protezione Civile che da tanti anni sono impegnati in attività a sostegno della popolazione.
Non eroi ma persone normali che donano il proprio tempo per aiutare il prossimo.
Cinzia rappresenta tutti i volontari e le volontarie che mai si sottraggono al loro impegno decidendo di stare ogni giorno #accantoatutti.






Sostenere le mamme per aiutare i bambini

 
In questi giorni diverse mamme ucraine con i loro bambini stanno arrivando nel nostro paese per sfuggire alla guerra, quest’articolo è scritto e pensato per loro.

Cosa possiamo fare per aiutarli?

La primissima cosa che possiamo fare è quella di accompagnare e sostenere le mamme, perché proprio aiutando loro i bambini potranno sentirsi nuovamente al sicuro e protetti.
Sappiamo inoltre che i bambini, nei momenti di incertezza, osservano i comportamenti degli adulti, cercando così di intuire come funziona il mondo e che cosa sta accadendo.
A volte non fanno domande, soprattutto quando hanno la sensazione di mettere in imbarazzo o di preoccupare ulteriormente le figure adulte che hanno intorno. E’ quindi importante, affinché i bambini si sentano al sicuro, osservarli e cercare di creare degli spazi in cui possano permettersi di esprimere le loro emozioni, sapendo che vicino c’è un adulto di riferimento che potrà accoglierle dandogli un significato.

Come reagiscono i bambini in queste situazioni e quali sono i comportamenti da osservare?

I bambini mostrano la sofferenza in maniera differente rispetto a quello che farebbe un adulto, inoltre il loro disagio può essere comunicato in vari modi e cambia in base all’età del bambino.
Un primo indicatore di sofferenza è un inusuale cambiamento nel comportamento.
Alcune reazioni possibili sono:
- comportamenti regressivi (si comporta da bambino più piccolo): succhiare il pollice, perdita delle capacità di tenersi pulito; difficoltà di separazione (piangere, agitarsi o aggrapparsi quando i genitori si allontanano); difficoltà nel fare spostamenti; pianti, “capricci”, dipendenza;
- paure angosce evocate da stimoli che evocano la guerra (rumori forti, immagini, ...);
- difficoltà a dormire, incubi;
- mancanza di espressione emotiva;
- sguardo triste o depresso, pianto;
- essere insolitamente tranquilli o chiusi;
- apatia, non essere interessati alle cose che abitualmente lo divertivano;
- sintomi somatici: lamentele di mal di testa, mal di pancia, mal di stomaco o altri sintomi di malattia;
- aggressioni, disobbedienze, distruttività;
- scoppi di rabbia, irritabilità, improvvisi cambiamenti nell’umore;
- pianti per motivi banali;
- distraibilità, scarsa concentrazione, problemi di attenzione;
- affaticamento;
- riduzioni delle prestazioni scolastiche;
- cambiamenti nelle relazioni tra pari (passare improvvisamente molto più tempo o molto meno tempo con gli amici);
- giochi ripetitivi con contenuti legati alla guerra;
- perdita di speranza per il futuro;
- difficoltà di parlare dell’evento;
- ansia da separazione;
- pensieri immagini intrusive legate all’evento

Tutti questi sintomi sono da considerarsi come delle REAZIONI NORMALI del nostro organismo in risposta ad un evento ANORMALE come la guerra.

Cosa posso fare per capire come stanno i bambini? Come posso rassicurarli?

- Come prima cosa è molto importante spiegare ai bambini cosa sta accadendo. A volte si pensa di proteggerli nascondendo loro la verità, al contrario di fronte ai cambiamenti spaventa molto più quello che non conoscono o non capiscono. L’adulto deve cercare di parlare con voce calma, in modo semplice e chiaro, adattando il contenuto all’età del bambino.
- Osservare i loro comportamenti: tutto ciò che i bambini non dicono a parole lo esprimono con i loro comportamenti. Ad esempio, attraverso il gioco o il disegno possono mettere in scena quello che stanno provando o ciò che hanno visto.
- Rassicurare ai bambini ora si trovano in un luogo sicuro, questo aiuterà ad abbassare i livelli di attivazione
- Conoscere le risorse del territorio, quali aiuti sono presenti, a chi possiamo rivolgerci, quali servizi sono stati attivati;
- Occorre prestare attenzione a non alimentare gli stereotipi su popoli e Paesi: I bambini possono generalizzare facilmente le affermazioni negative e sviluppare pregiudizi
- Parlare di tolleranza, giustizia, pace in contrapposizione alla vendetta;
- Evitare separazioni non necessarie;
- Controllare e limitare la visione di scene drammatiche in televisione o dai social;
- Fornire ai bambini un modo per concretizzare il loro desiderio di rendersi utili ad esempio inviando dei messaggi di ringraziamento ai soccorritori, alle famiglie che li ospitano o alle persone per loro significative. Coinvolgerli concretamente nella preparazione di aiuti da inviare al loro paese oppure nelle attività giornaliere che riguardano la vita comunitaria.

Dare loro l'opportunità di poter contribuire attivamente al benessere della loro famiglia e comunità.

- Dire loro che “Gli Adulti stanno facendo il possibile per far finire la guerra, tante persone sono vicine, li sostengono e vogliono la pace”.

E’ importante che ci sia un posto dove sanno che possono fare le loro domande, dove possono contare sulle persone e su cose positive.

Le mamme possono fornire quest’atmosfera, vediamo in che modo:

- essendo disponibili ad ascoltare e a rispondere agli stimoli verbali e non verbali (non sempre i bambini portano richieste di aiuto esplicite);
- notando e riconoscendo le esigenze dei bambini, tenendo nota e commentando le conseguenze riportate nella loro vita; offrendo ai bambini un’ulteriore rassicurazione, sostegno e incoraggiamento; fornendo il più possibile stabilità e prevedibilità nelle routines giornaliere (momento pasti, spazio per il gioco, ritmo sonno-veglia).

Nella fase dello sviluppo è importante che il genitore fornisca delle abitudini prevedibili, chiare aspettative, ruoli coerenti, feedback immediati, questo può favorire un graduale ritorno a una stabilizzazione emotiva.

I bambini potrebbero aver bisogno di maggiore comprensione e pazienza.
E’ fondamentale dare spazio e tempo ai bambini, mantenere un ambiente tranquillo, lasciare che parlino delle loro esperienze e favorire l’espressione di paure e preoccupazioni.
Bisogna inoltre ricordare che la vicinanza fisica, un abbraccio, una carezza della mamma sono una grande fonte di rassicurazione. 
Dire loro “Capisco che sei preoccupato\spaventato\triste, è normale anch’io loro sono. Ora sei al sicuro e sono qui con te. Chiedimi quello che vuoi”.

Cosa fare in caso di lutto?

Quando un bambino perde una persona cara è importante garantire un costante percorso di accompagnamento e contenimento emotivo.
Occorre comunicare al bambino cosa è accaduto, sulla base della sua età e capacità.
Senza elementi per dar senso al lutto i bambini restano con il loro dolore e la loro inquietudine.
Dire al bambino “Stò per dirti una cosa brutta, che ti farà stare male, anch’io sono molto triste”. Spiegare che la morte è una separazione definitiva, che lui non è responsabile, che lui non è in pericolo di morte, che i suoi familiari o altri si prenderanno cura di lui, che gli altri familiari continueranno ad amare e a non dimenticare la persona scomparsa. Non usare parole vaghe come “se ne è andato” o “non c’è più”.
E’ importante rispondere alle domande che il bambino che può fare. Ad esempio, un bambino che ha perso il papà durante la guerra potrà fare domande tipo: “Perché la mamma è triste? Dov’è il papà? Perché non si muove più? Quand’è che lo rivedrò?”. Sono domande strazianti che tuttavia necessitano di una risposta adeguata alla situazione e al bambino. Il bambino deve essere aiutato ad esprimere le proprie emozioni come rabbia, paura e tristezza e non deve nascondersi per potere piangere. Le frasi come “non piangere”, “non essere triste”, “devi essere forte” possono limitare la libera espressione.
I bambini hanno bisogno di sincerità e di chiarezza da parte degli adulti di cui si fidano.

Come possiamo mantenerci informati e senza procurarci stress?

In una situazione come questa è comprensibile cercare di mantenersi aggiornati. Allo stesso tempo, sebbene sia fondamentale disporre di informazioni accurate può esserci un effetto collaterale: il disagio psicologico derivante dalla ripetuta esposizione all’emergenza tramite i media.
L'ansia aumenta di fronte a una minaccia incerta o incontrollabile e durante i periodi di incertezza e crisi. La percezione del rischio e l’ansia aumentano però ulteriormente quando le informazioni sono incerte e in rapido aggiornamento, e questo amplifica il distress individuale. In particolare, l’esposizione al ciclo continuo di dirette 24/7 può aumentare la percezione di minaccia e attivare nell’organismo ripetute risposte “attacco/fuga”, con possibili conseguenze fisiche e psicologiche anche a medio-lungo termine. Inoltre, il tipo di immagini a cui ci esponiamo è importante.
La ripetuta e non filtrata esposizione a immagini cruente, che mostrano bambini, persone ferite o morte, aumenta il rischio di sviluppare risposte ansiose, anche a distanza di tempo dai fatti.
Ecco di seguito alcuni suggerimenti:
- limitiamo l’esposizione ai media. Questo è particolarmente importante per i bambini e i giovani adulti che possono essere confusi o passare il tempo a preoccuparsi delle immagini che hanno visto.
- Evitiamo di prendere il telefono/tablet come prima cosa al mattino e prima di andare a letto, perché questi sono i momenti in cui ci sentiamo spesso più vulnerabili
- Ricordiamoci che i bambini imparano come comportarsi dagli adulti. Quindi regoliamo di conseguenza il nostro comportamento su come utilizzare in modo sicuro i social media e navigare tra gli aggiornamenti delle news. Una strategia può essere quella di disattivare le notifiche per le app di notizie e social media sul cellulare/tablet: riceveremo comunque le informazioni, ma dovremo entrare volontariamente nell'app per aprirla leggere i post e questo potremo farlo nel tempo più opportuno.
-Proviamo ad usare per qualche ora lo smartphone come un telefono fisso .
Questo significa mettere il telefono in un'altra stanza, o comunque lontano. Potremo comunque sentire il telefono se suona o se riceviamo un messaggio, ma dovremo fisicamente alzarci e camminare per prenderlo. Questa strategia può aiutare a non controllare compulsivamente il telefono per aggiornamenti mentre si lavora su altri compiti o si è impegnati in un'altra attività.
- Prendiamoci il tempo per discuterne. Tutti possiamo essere influenzati dalle notizie che leggiamo, per questo è importante prendersi del tempo per parlare, con un membro della famiglia o un amico di ciò che abbiamo letto, di come questo ci fa sentire. Confrontarsi con una persona vicina può aiutare a ridimensionare le preoccupazioni e abbassare l’attivazione ansiosa.
- Potrebbe essere difficile addormentarsi, o può capitare di svegliarsi durante la notte o molto presto al mattino.
Si possono imparare semplici esercizi di rilassamento per sciogliere la tensione accumulata nel corpo. Un semplice esercizio può essere quello di focalizzarsi sulla gratitudine. La gratitudine è un sentimento potente che aiuta a costruire la resilienza, e ha un impatto positivo sulla salute fisica e mentale. È un esercizio semplice, un piccolo promemoria per sorridere per le cose che abbiamo, nonostante le sfide che tutti affrontiamo nella vita. Scegliamo tre episodi, non importa quanto piccoli o grandi, che ci abbiano reso grati nel corso della giornata. Soffermiamoci per qualche minuto su questi bei ricordi notando come ci riempiono di piacevoli sentimenti di gratitudine. Questo esercizio è adatto anche ai bambini.

Dott.sse Daniela Mauri e Silvia Panella

BIBLIOGRAFIA

- Associazione per l’EMDR in Italia, opuscolo “La guerra spiegata ai bambini”
- Croce Rossa Italiana – servizio Psicosociale “Come gestire l’esposizione a notizie giornalistiche e ai social media” tratto da HOW TO MANAGE YOUR EXPOSURE TO NEWS EVENTS AND SOCIAL MEDIA , IFRC PSCentre
- Dazzi A, Pedrelli E., Rinaldi A.M. “Incontro psico-educazionale per la popolazione di Vigarano Mainarda” – materiale di Sipem-ER
Koen Sevenants, PhD., Come aiutare un bambino in caso di bombardamento”
Psicologi per i Popoli “Bambini, stress e disastri naturali: una guida per gli insegnanti” (Traduzione di Barbara la Medica )
- Save the Children, “La pace oltre la guerra – guida per insegnanti”
Studenti dell’insegnamento “Psicologia dell’emergenza” 2008/2009, Facoltà di Psicologia, Università di Bologna, Supervisione: dott. Luca Pietrantoni, dott. Gabriele Prati, opuscolo “Aiutare i bambini dopo un terremoto”
A.R. Verardo e R. Russo “Tu non ci sei più e io mi sento giù” Associazione EMDR Italia, 2006





L'adolescente e la guerra

 

L'adolescenza è uno dei periodi di transizione all'interno di una specifica fase del ciclo di vita. L'adolescente si ritrova a vivere cambiamenti su più livelli, a volte definiti da particolari conflitti psicologici, emotivi, fisici e relazionali più o meno intensi. Il suo compito di sviluppo, in questo caso, consiste nella ricerca di apprendere ed acquisire strumenti, competenze e requisiti necessari a sopravvivere, definirsi come individuo e poter assumere le responsabilità di un adulto.

Chi affianca l'adolescente in questo mutevole percorso alla ricerca di una definizione del sé sono la famiglia, la scuola, il gruppo dei pari, la società e le istituzioni, tutti attori che gli offrono la possibilità di sperimentarsi e di affinare capacità volte all'identificazione e raggiungimento della propria autonomia.

Ciò detto, l'adolescente ha bisogno di punti stabili di riferimento che permettano l'espressione, la condivisione e la riflessione emotiva relativamente ai vissuti che si susseguono. Famiglia, sistema educativo, rete socio-culturale diventano cornice di questo luogo sicuro.

Quando un adolescente si trova direttamente coinvolto in una guerra, in Ucraina (oggi), teme per la propria vita e per quella dei propri cari, oltre a subire, implicitamente o meno, le conseguenze di ciò sul piano fisico e sulla salute mentale, destabilizzandosi.

I giovani profughi che scappano dai luoghi di guerra, provenienti dai territori dell'Ucraina, arrivano in altri paesi, come l’Italia, con le proprie famiglie, con uno dei due genitori o addirittura soli. Essi si trovano a doversi ambientare in un nuovo paese, con una nuova lingua, nuove abitudini socio culturali e in situazioni di forte disagio psicologico, fisico, emotivo e relazionale, tanto da sentirsi sempre più disorientati, impotenti, vulnerabili e soli. 

Pertanto, un aiuto verso la transizione all’età adulta ed all’autonomia di questi giovani costituisce uno dei fattori-chiave che necessita di strategie mirate alla loro tutela ed inclusione sociale, attivate da parte dei servizi territoriali ospitanti e dalle associazioni di volontariato, a supporto, presenti.

Con questo obiettivo, il coinvolgimento delle famiglie è il nostro primo passo. La famiglia è un organismo vivente che si modifica in maniera flessibile adattandosi all'ambiente che cambia intorno ad essa: ha come compito quello di nutrire, proteggere e gestire le differenze che definiscono la prole. La famiglia è tenuta insieme dai legami interdipendenti fra i suoi membri dove la loro qualità affettiva defisce la protezione psicosociale e l'identità dei singoli.

Come in una rete di punti interconnessi tra loro, una società che promuove servizi di supporto alle famiglie è una società che tiene in mente l'adolescente come protagonista attivo e in prima linea per la costruzione di un nuovo futuro per il paese, indipendentemente dal paese di provenienza.

Quindi, se riconosciute e supportate nelle loro risorse e necessità, le famiglie d'origine, come quelle di accoglienza, diventano il live motive più importante per i giovani adolescenti: essi hanno così la possibilità di essere riconosciuti a loro volta come appartenenti ad un sistema più grande che li connette, li vede, li comprende e gli offre l'opportunità di rielaborare il loro vissuto traumatico.

In questo senso, di seguito troverete alcune strategie utili per aiutare i giovani adolescenti.

Osservare i comportamenti - notare stati di tensione, disagio o malessere, ovvero comportamenti e atteggiamenti diversi da quelli che solitamente agiscono.

Accogliere l’espressività emotiva – comprendere, anche attraverso l'uso di semplici domande le loro sensazioni ed emozioni che vivono, per aiutarli ad esprimersi libermente senza temere giudizi.

Ascoltare attivamente – dedicare tempo all'ascolto dei loro racconti e dei loro vissuti, anche quando riguardano la guerra e la perdita di persone care, rimaste al loro paese ed alla vita conosciuta.

Confortare - stare loro vicino permettendogli di attivare un adattamento positivo al nuovo ambiente, come figli e come persone.

Coinvolgere – motivarli a compiere attività semplici e quotidiane, che possano permettergli di sentirsi vivi, utili, parte di un sistema che cerca di raccogliere le poche certezze rimaste per riuscire a vedere un futuro, dove in questo momento per loro può essere difficile immaginarlo.

Comunicare - favorire l'allenamento di un dialogo empatico ed assertivo, dove si riconoscono i bisogni e le motivazioni da cui nascono specifiche espressioni e modalità verbali.

Socializzare - conoscere e comprendere quali servizi territoriali sono utili per la salute, la collettività, l'educazione, l'integrazione ed aggregazione culturale e sociale. Permettere ai ragazzi di aderire ad attività sportivo-ricreative, capaci di generare inclusione, relazioni tra pari e modelli positivi; superare la barriera linguistica, assimilare abitudini salutari, sviluppare un senso di comunità.

Lasciare spazi e tempi individuali – individuare luoghi dove i giovani possano stare con loro stessi e dedicarsi ad attività personali (lettura, musica, disegno, scrittura, ecc…)

Respirare - favorire la costruzione di una buona prassi per la salute psico-fisica che consiste in uno spazio dove poter riprendere contatto col proprio corpo attraverso esercizi di respirazione e rilassamento fisico.

                                                                   A cura di Elisabetta Vaccari e Francesca Brazzi, Socie SIPEM SoS ER






BIBLIOGRAFIA:

"Guerre di oggi. Gli adolescenti raccontano la guerra", a cura di C. Bernetti e G. Dibitonto, Ed. Dialoghi, 2021;

"Il corpo accusa il colpo. Mente, corpo e cervello nell'elaborazione delle memorie traumatiche" di Bessel Van der Kolk, Ed. Raffaello Cortina, 2015;

"Il famigliare. Legami, simboli e transizioni, di E. Scabini e V. Cigoli, Ed. Raffaello Cortina Editore, 2000;

"Manuale dell'adolescenza" a cura di A. Maggiolini e G. Pietropolli Charmet , Ed. Franco Angeli, 2004;

"Nuovo dizionario di psicologia" U. Galimberti, Ed. Feltrinelli, 2021.







La guerra: catastrofe globale che sconvolge tutti e tutto



Sono ormai milioni le persone in fuga dalla guerra in Ucraina e fra queste moltissimi minori, bambini e adolescenti, tutte persone che sono dovute scappare dal loro paese per cercare rifugio in pesi amici che possano accoglierli, spesso dovendo vivere giorni e giorni di disagio estremo, di paura e angoscia, prima di potersi sentire un po' al sicuro. Viaggi verso la salvezza, vissuti da fuggitivi, a volte esposti anche a freddo, fame e violenze di vario genere.

I profughi che fuggono dalla loro terra lasciano tutto, ogni legame viene reciso: la sicurezza della loro casa, delle loro relazioni affettive, del loro ambiente sociale, la rassicurante e serena quotidianità. E’ un’esperienza di terrore, di mancanza di senso, di lutto profondo e totale. Spesso si manifesta da subito una perdita di fiducia, fiducia negli altri esseri umani, fiducia nella vita e nel futuro.

Ormai non c’è più bisogno di ricordare che la guerra è un’esperienza traumaticamente devastante per questi profughi e per chi la subisce in prima persona. Lascia tracce spesso indelebili e inguaribili, soprattutto se non si trova poi un’ambiente sociale e umano capace di accogliere e lenire, almeno un po', queste ferite. Ferite che rischiano di avere in futuro potenti effetti sulla salute mentale: un senso di profonda insicurezza, di disistima di sè, di ansia, grossi problemi emotivi e di socializzazione, comportamenti violenti, abuso di sostanze, depressione e altro ancora. Tutte condizioni che col tempo possono avere importanti esiti psicopatologici: disturbo da stress post-traumatico (PTSD), disturbi dissociativi e altri disturbi psichiatrici, fino al punto da sviluppare anche malattie somatiche che possono facilmente cronicizzare.

Dagli studi e ricerche di questi ultimi decenni sappiamo che la grande parte dei sopravvissuti alla guerra spesso soffre di problemi che si esprimono e si sviluppano in tempi medio-lunghi. I bambini e gli adolescenti poi soffrono moltissimo, sono le vittime più vulnerabili e fragili. Spesso non esprimono verbalmente le emozioni più forti, ma sono terrorizzati e totalmente disorientati davanti a quello che sta accadendo a loro e ai loro familiari. I sintomi osservati più frequentemente in altre esperienze simili (es. il post conflitto nell’ex Jugoslavia) sono stati: irrequietezza e scoppi di rabbia, problemi di apprendimento, ansia da separazione, disturbi del sonno, comportamenti pericolosi, problemi alimentari (a volte anche il rifiuto di mangiare e bere), mal di testa e/o di stomaco. Con la possibilità di arrivare, anche per loro, a soffrire di PTSD e a importanti sintomi depressivi (a volte con pensieri suicidi). Solo nella ex Jugoslavia, già nel 2006, si calcolava che circa il 29 % dei rifugiati, il 75% degli sfollati e l’11% dei civili presentassero gravi disturbi psicologici dovuti all'esperienza traumatica della guerra. Sempre in quel periodo, alcune stime parlavano di circa un milione e mezzo di persone che in Bosnia soffrivano di PTSD!

I bambini, si diceva, sono i più esposti a questa terribile esperienza, sperimentano il terrore della morte, esperienza che non conoscono e che non sanno significare ed integrare nella propria mente, e più sono piccoli più profondamente quest’angoscia scuote profondamente il loro equilibrio psicofisico. Occorre quindi aiutarli ad elaborare questa esperienza profondamente traumatica parlando con loro, ascoltandoli nei loro pensieri, nelle loro paure, dare risposta alle loro domande (anche giocando e disegnando con loro), ma proteggendoli anche dall’esposizione a immagini e notizie di guerra che scorrono giornalmente sui nostri schermi.

In questo è importantissimo il ruolo dei genitori. Sono loro, prima di chiunque altro, a poter rassicurare i bambini, e quindi anche loro vanno assolutamente supportati e aiutati a ritrovare un po' di sicurezza e tranquillità. Spesso per loro c’è bisogno di un supporto specialistico, di un supporto fornito da psicologi formati e competenti nell’intervento emergenziale, e questo è proprio il compito degli psicologi dell’emergenza. In questi interventi di solito sono utilizzate tecniche di rielaborazione ed integrazione dell’esperienza traumatica, pratiche di rilassamento e altre modalità ancora. E’ soprattutto utile la possibilità per i profughi di raccontare, di essere ascoltati e compresi empaticamente; la narrazione è fondamentale per poter organizzare nella propria mente l’esperienza vissuta, ma è anche importante che, quando si tocchino eventi e vissuti particolarmente traumatici, ci possa essere proprio la presenza di uno psicologo competente che sappia come sostenere ed intervenire in modo mirato e professionale.

Dobbiamo considerare che la paura e la rabbia che nascono dopo queste esperienze, col tempo possono tramutarsi in odio e risentimento. Possono diventare sentimenti pervasivi, mantenersi a lungo e portare a sviluppare una marcata mancanza di fiducia e di speranza e una mancanza di prospettiva verso il futuro. Per questo motivo il contatto umano è l’esperienza “curativa” indispensabile; quindi, ad essere centrale sarà anche l’atteggiamento di accoglienza a livello micro (la realtà cittadina) e macro sociale (la realtà sociale più allargata). Sarà importante fare sentire accolti e protetti tutte queste persone, adulti e minori, aiutandoli anche a vivere la loro quotidianità in un paese per loro straniero qual è il nostro, senza aggravare la loro condizione e aiutandoli a ridurre un poco la paura ed il senso d’insicurezza.

Sarà, per noi, un grande impegno riuscire ad accogliere nel migliore dei modi tutte le persone che stanno arrivando in Italia (e negli altri paesi europei). E possiamo fare qualcosa adesso, qualcosa che aiuti queste persone a ritrovare un maggior senso di sicurezza, di fiducia nell’essere umano e soprattutto che li aiuti ad interrompere quella catena di odio, risentimento e violenza che genera sempre la guerra. Possiamo supportarle durante i primi mesi, e questo è il compito della psicologia dell’emergenza, e dobbiamo poi continuare a monitorare e seguire il processo di adattamento nel medio e lungo periodo per evitare i problemi di cui sopra e l’insorgenza di stress post-traumatico, e questo sarà soprattutto compito dei nostri servizi pubblici.

Quello che sta succedendo in Ucraina però, l’invasione di quella terra, la guerra e gli orrori che ne derivano, non è confinato solo quel paese e alla sua gente. Tutti noi, qui in Italia, possiamo esserne un pò vittime! In misura assolutamente minore, ma il contatto con questi profughi, le notizie e le immagini che ci arrivano attraverso i mass media e i social media e la preoccupazione e la paura per l’allargamento del conflitto bellico affondano nei nostri cuori e nelle nostre menti lasciando il segno. Anche noi quindi dobbiamo fare attenzione ai segnali di stress emotivo che possono nascere durante questo tempi così incerti. Dopo la pandemia dobbiamo ora occuparci di una nuova minaccia, siamo chiamati ancora una volta a fare grandi sforzi per mantenere un buon equilibrio dentro di noi e nella nostra quotidianità. E anche noi dobbiamo prenderci cura dei nostri bambini e adolescenti per proteggerli e rassicurarli, coltivando assieme a loro la fiducia e la speranza che da tutto questo possa venire qualcosa di buono.

di Alberto Dazzi, Socio SIPEM SoS ER





Formazione Sipem SoS ER all'Associazione Volontari di Protezione Civile di Ferrara - AVPCFE - 23 e 24 ottobre 2021


Si è svolta nelle giornate del 23 e 24 ottobre 2021 una formazione rivolta ai soci dell’Associazione Volontari di Protezione Civile di Ferrara -AVPCFE-.

Il percorso formativo si è focalizzato sull'esposizione di alcuni strumenti conoscitivi necessari ai volontari di Protezione Civile per essere pronti a operare in sicurezza, per sé e per i cittadini. 

Si è prestata particolare attenzione alle connotazioni dell’intervento a favore di persone caratterizzate da limitazioni psichiche, sensoriali o fisiche, anche all'interno di contesti specifici quale potrebbe essere un campo di accoglienza. 

La necessità di approfondire questo aspetto è nata dalla consapevolezza che prestare assistenza a persone portatrici di disabilità richieda alcuni accorgimenti particolari, attenzioni specifiche che non sono sempre note, ma che possono essere determinati in alcune specifiche attività.

I moduli formativi sono stati condotti dalle socie Dott.ssa Emanuela Montanari, che ha inquadrato la disabilità secondo l’approccio bio-psico-sociale e ha approfondito le caratteristiche dei malati di Alzheimer, e dalla Dott.ssa Claudia Collari che si è concentrata sulla tematica dello spettro autistico.

In una delle due giornate di formazione i volontari hanno lavorato su un possibile vademecum, realizzando tre poster da condividere con gli altri soci, a garantire una trasferibilità delle buone pratiche apprese e sperimentate in aula.



Sipem SoS ER ringrazia AVPCFE per l’opportunità, a dimostrazione che la collaborazione tra Associazioni porta a una crescita di tutte le componenti del Sistema di Protezione Civile.

#InsiemeSiCresce






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Siamo un’Associazione di volontariato di Protezione Civile formata da 40 professionisti con sede a  Parma presso il Centro Unificato di Protezione civile in Via Del Taglio 6. 


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